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Ubicata
in uno dei siti di più antica origine della città, la
chiesa di San Pietro in Monastero, detta anticamente San
Pietro ad Puellas vanta origini molto lontane essendo
sorta, secondo tradizione, su un tempio dedicato a Vesta.
Officiata da monache dipendenti dal vescovo di Verona,
documentate in loco fin dal 780, la chiesa passò
successivamente sotto la giurisdizione dell'abbazia di San
Zeno, come attesta un documento del 1147, ed in seguito
abitata da monaci benedettini. L'edificio originario aveva
forme romaniche di cui sopravvivono tracce all'esterno, in
corrispondenza dell'attuale coro, ove sono visibili i
resti dell'antica facciata in tufo e cotto percorsa da una
serie di archetti rampanti. La chiesa venne trasformata in
parrocchia nel Settecento per divenire infine chiesa
sussidiaria della cattedrale.
L'aspetto attuale dell'edificio che affaccia su via
Garibaldi è frutto della radicale trasformazione cui la
chiesa venne sottoposta alla metà del Settecento che ne
determinò il cambio di orientamento e la costruzione ex
novo della facciata contrassegnata dalla data 1751. Non è
nota la paternità del progetto che rispecchia nelle linee
classiche il gusto in voga a Verona intorno alla metà del
secolo, ed esibisce in facciata un ricco apparato
scultoreo realizzato da Lorenzo Muttoni.
Affiancata a San Pietro era la chiesa di Santa Maria
Novella, detta successivamente Santa Elisabetta, le cui
antiche origini sono attestate da un documento che ricorda
la consacrazione dell'altare maggiore avvenuta nel 1127,
ad opera del vescovo Bernardo. Ampiamente rimaneggiato nel
1734, l'edificio era addossato al
fianco
sinistro della chiesa di San Pietro dove ora si trova una
lapide con iscrizione in caratteri capitali, «ECCL. S. M.
NovELLAE», probabilmente in origine infissa sulla
facciata. La lapide è sovrastata da uno stemma in pietra
appartenente all'importante confraternita dell'Assunta che
aveva sede nella chiesa e che nel 1772 aveva fatto
costruire da Pietro Puttini, su disegno di Michelangelo
Castellazzi, un altare nel quale era custodita la pala
dell'Assunta di Pasquale Ottino (1623), oggi presso il
Museo di Castelvecchio. Si ricorda che nel 1570 il vescovo
Agostino Valier destinò la chiesa di Santa Elisabetta ad
oratorio per l'istruzione della dottrina cattolica che in
epoca seicentesca contava tra i benefattori Valentino
Facci, venditore di uova in piazza Erbe, di cui si
conservava in sacre-stia un ritratto datato 1656, oggi
presso il Museo Canonicale.
La
storia dei due edifici fu da sempre strettamente
collegata: dal Seicento la chiesa di Santa Elisabetta
svolse di fatto la funzione di oratorio annesso alla
chiesa di San Pietro fino alla completa fusione che
precedette la demolizione avvenuta nel 1935. Attesta il
legame tra le due chiese la presenza, sul soffitto di San
Pietro, di un affresco raffigurante la Vergine trasportata
in cielo dagli angeli già attribuito a Buratto e
restituito recentemente a Odoardo Perini da Sergio
Marinelli, che probabilmente fu commissionato dalla
confraternita dell'Assunta.
La
frammentarietà di documenti induce a ripercorrere la
storia di San Pietro in Monastero attraverso le scarne
notizie offerte dalle guide ottocentesche e soprattutto
attraverso le opere che ancora rimangono in loco. Il
documento più antico è rappresentato dal gruppo della
Madonna in trono col Bambino in pietra dipinta, ubicato
sul primo altare destro, che si qualifica come pregevole
esempio della statuaria veronese del Trecento.
Nel
Quattrocento e nel Cinquecento, come consuetudine, gli
altari venivano acquisiti dalle nobili famiglie della
città o dalle corporazioni. Le fonti riferiscono che il
secondo altare sinistro, oggi scomparso, era appartenuto
ai nobili Landi i quali avevano commissionato una tavola
rafPigurante lo Sposalizio mistico di Santa Caterina, da-
tata 1450, già riferita a Girolamo Benaglio, ma più
convincentemente attribuibile al Maestro del cespo del
garofano.
La
famiglia Buri, proprietaria di un palazzo nella vicina
contrada della Pigna, fece costruire il secondo altare
destro, datato 1589, che conserva la pala
dell'Annunciazione di Paolo Farinati. Allo stesso
Farina-ti o all'ambito di artisti legati alla sua bottega
è stato di recente ricondotto anche l'elegante altare di
sobrie forme classiche. L'altar maggiore della chiesa, di
cui restano la mensa in marmi intarsiati con tabernacolo,
affiancata da due porte marmoree, e le balaustre, risulta
ascrivibile alla metà del Seicento, epoca a cui vanno
ricondotte anche le due belle lapidi intarsiate sul
pavimento del presbiterio, purtroppo molto rovinate,
raffiguranti il Gallo e la Mitria con le chiavi
incrociate, simboli di san Pietro. L'altare, che oggi
sulla parete del coro presenta la statua novecentesca del
santo titolare, probabilmente fu qui trasportato alla metà
del Settecento quando venne cambiato l'orientamento della
chiesa, e in quell'occasione fu dotato di una pala
raffigurante la Deposizione oggi perduta.
I
restanti altari della chiesa risultano realizzati nel
Settecento, verosimilmente poco prima delle modifiche
apportate all'edificio. I primi due altari a destra e a
sinistra sono infatti entrambi databili entro la prima
metà del Settecento ed ascrivibili ad una stessa bottega
identificabile per confronti stilistici con quella dei
Rangheri. La tipologia dell'altare infatti ricalca formule
introdotte nella seconda metà del Seicento ed in voga fino
alla prima metà del Settecento da questa attiva bottega
veronese che condizionò in modo determinante la produzione
altaristica di epoca barocca. Il primo altare a sinistra,
che reca la data 1742, come esplicitato nel cartiglio,
apparteneva alla confraternita di San Vincenzo Ferreri, e
custodisce una pala, probabilmente coeva, raffigurante un
miracolo del santo di Ludovico Buffetti. L'altare posto di
fronte presenta caratteristiche analoghe, pertanto risale
alla metà del Settecento e va attribuito alla medesima
bottega; la data 1833 incisa nel cartiglio indica
unicamente la mutata dedicazione alla Beata Vergine del
Sacro Cuore dell'altare che conserva la scultura
trecentesca della Madonna con ilBambino in trono. Il primo
altare sinistro infine, più sobrio nelle forme, è datato
al 1741: già appartenuto ai Landi, in seguito era divenuto
di pertinenza della corporazione dei Barbieri che
provvidero a farlo costruire in marmo e a collocarvi una
scadente pala con il Martirio di SantApollonia, patrona
dell'arte, opera di Prospero Schiavi: presto rimosso, il
dipinto fu sostituito con l'ottocentesca tela di Giovanni
Caliari che rappresenta la santa titolare, tuttora in
loco.
La
chiesa di San Pietro in Monastero è proprietà della
Fondazione Cariverona dall'anno 2004, che ne ha
recentemente curato il restauro. In questa occasione è
stato anche restaurato lo storico organo Amigazzi del
1747, presente in cantoria.
Tratto
dal testo di Chiara Rigoni, dal volume
"La
collezione d'arte della Fondazione Cariverona".
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